ANATOMIA DI UN FILM / Corso di cinema

Sito Int


Da Febbraio 2020 / Fondazione Benetton Studi Ricerche, via Cornarotta n. 7 – Treviso

SCUOLA DI CINEMA
ANATOMIA DI UN FILM
Il grande dittatore, Apocalypse now, La città incantata, Pulp Fiction, La grande bellezza

Ogni lunedì dalle 20:30 alle 22:30, da lunedì 3 febbraio per 5 incontri. 
Termine iscrizioni al corso: venerdi 31 gennaio 2020

Link per iscrizione: Corso “Anatomia di un film”
oppure scrivendo all’indirizzo mail cineforumlabirinto@gmail.com 


Cineforum Labirinto propone un corso dedicato all’analisi di cinque grandi capolavori del cinema. Partendo dalla visione di numerosi spezzoni, le lezioni si concentreranno sulla genesi creativa delle opere e sulle tecniche stilistiche e le scelte tematiche adottate dai registi, lasciando spazio anche ad aneddoti sulla produzione, sul cast e sull’influenza delle pellicole nell’immaginario collettivo.

I film selezionati sono Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, La città incantata (2001) di Hayao Miyazaki, Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino e La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino.

Il corso, ideato e curato da Marco Bellano, docente di cinema presso l’Università di Padova, è rivolto a studenti, videomaker, insegnanti e appassionati di cinema che vogliano scoprire o approfondire la grammatica cinematografica e la storia del cinema attraverso i capolavori di cinque grandi maestri del cinema.

Il corso si articola in 5 incontri da 2 ore che si terranno di lunedì dalle ore 20.30 alle 22.30 a partire da lunedì 3 febbraio 2020 presso la Fondazione Benetton Studi Ricerche – Spazi Bomben, situata in via Cornarotta n. 7, a pochi passi da Piazza Duomo.

Il costo del corso è pari ad 80 euro.

Al termine del corso, su richiesta dei corsisti, verrà rilasciato un attestato di frequenza.

Per iscriversi e per maggiori informazioni: cineforumlabirinto@gmail.com / 3407417350


PROGRAMMA DEL CORSO

1° lezione: IL GRANDE DITTATORE | 2 ore 

chaplin sito

Charlie Chaplin è un’icona senza tempo: il profilo del piccolo Vagabondo ottimista, che nonostante il fato avverso continua a camminare fiducioso verso l’orizzonte, è oggi familiare quasi quanto lo doveva essere agli spettatori del 1920. Tuttavia, Chaplin si accorse anche troppo del trascorrere del tempo: la lunghezza della sua carriera fu tale da metterlo a confronto con alcune delle più profonde rivoluzioni che il cinema e la storia abbiano attraversato. Dopo aver trovato nuovo spessore narrativo ed emotivo nello slapstick in pantomima con film quali Il monello (1921), traghettando vittoriosamente il Vagabondo oltre la Prima Guerra Mondiale, Chaplin si ritrovò a fine anni Venti alle prese con il cinema parlato, una moda che dall’America stava divampando in tutto il mondo, rendendo irrimediabilmente datati il cinema muto e tutte le sue conquiste artistiche. Pochi registi e attori si poterono permettere la reazione di Chaplin, il quale per tutti gli anni Trenta rimase orgogliosamente fedele alla pantomima, creando dei film sonori senza parole oggi ricordati tra i suoi capolavori: Luci della città (1931) e Tempi moderni (1936). All’affacciarsi di un nuovo decennio e di una Seconda Guerra Mondiale, anche Chaplin dovette prender parola; dismessi i panni del Vagabondo, diede voce a un doppio personaggio in Il grande dittatore (1940). Il film, tuttavia, non cedeva affatto alle lusinghe del cinema parlato, rimanendo fondamentalmente basato sulla forza evocativa dell’immagine, tant’è che il gioco satirico su cui si fonda nasce da una coincidenza estetica tragicamente ironica: Chaplin e Adolf Hitler, trasformato nel film in Adenoid Hynkel, erano contraddistinti dal medesimo modo di portare i baffi. Pur rammaricandosi poi di aver scherzato con quella che sarebbe diventata la più grande catastrofe del secolo, in Il grande dittatore Chaplin offrì un messaggio di speranza rimasto sin troppo attuale. 

2° lezione: APOCALYPSE NOW | 2 ore 

apo sito

«Mi piace l’odore del napalm al mattino». È una delle cento battute più famose della storia del cinema, secondo l’American Film Institute, e proviene da un film di Francis Ford Coppola come quella al secondo posto, «Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare». Non si tratta solo di un segno dell’attitudine alla sceneggiatura del regista, che non di rado prestò la sua “penna” ad altri cineasti (quali Sydney Pollack e Jack Clayton); i film che Coppola realizzò tra i 30 e i 40 anni, infatti, si distinguono per la capacità di regalare a fatti storici una dimensione estetica senza tempo, quasi si trattasse di solenni leggende. Apocalypse Now è proprio questo: la trasfigurazione epica della guerra in Vietnam attraverso il filtro della letteratura, attivato prendendo in prestito con grande libertà la trama di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. La contaminazione tra arte e storia dà agli eventi rappresentati una tragica ineluttabilità: la guerra sembra già scritta, permettendo così al cinema di mettere sontuosamente in scena il potere del fato, come in una tragedia greca. Che la scrittura sia fondamentale, in Apocalypse Now, è provato anche dall’instancabile lavoro di revisione che Coppola ha effettuato sulla pellicola negli anni; dopo la versione Redux del 2001, solo nel 2019 il regista è approdato a quella che ha definito Final Cut.

3° lezione: LA CITTÀ INCANTATA | 2 ore 

città sito

Quando, nel 2002, La città incantata ricevette il premio Oscar al miglior lungometraggio d’animazione, l’occidente si riscoprì nuovamente curioso nei confronti dei disegni animati che il Giappone ha incessantemente prodotto per decenni – detti da noi anime. Estetiche e contenuti di questo cinema si presentavano molto lontani dagli stereotipi del disegno animato di più largo consumo presso di noi -quello statunitense-, come già Akira di Katsuhiro Otomo aveva rivelato nel 1988, causando una prima “presa di coscienza” occidentale nei confronti del potenziale che gli anime potevano esprimere al cinema. Anche se oggi questi prodotti ci sono relativamente più familiari, comparendo nelle sale meno raramente -forse proprio grazie a La città incantata-, permane nello spettatore medio un atteggiamento di stupore e straniamento, dovuto alla distanza culturale e alla fascinazione esotica. È questo, spesso, il modo in cui ci si accosta anche alle opere di Miyazaki: per via della travolgente immaginazione del regista, si tende a percepire i suoi film solo come bizzarri voli di fantasia, evocando con troppa facilità paragoni con nomi a noi più noti, quali Walt Disney e Lewis Carroll. Chihiro, la protagonista di La città incantata, è stata in effetti spesso vista come una nuova Alice. Tuttavia, dietro le “attrazioni” più immediate, La città incantata cela in verità una malinconica allegoria della perdita d’identità culturale di cui soffriva il Giappone al volgere del millennio, attraverso una storia pensata per parlare a una bambina dell’età di dieci anni. La capacità dei film di Miyazaki di essere apprezzati da un pubblico di ogni età e paese è sicuramente una prova della straordinaria capacità comunicativa dell’autore; tuttavia, ora che questa e altre opere del regista – nonché della sua casa di produzione, lo Studio Ghibli – sono diventate di più facile accessibilità, è forse tempo di andare alla scoperta di quanto si cela oltre la facciata sfavillante di La città incantata, un po’ come Chihiro all’ingresso del misterioso tunnel che la condurrà a perdere il nome e ritrovare infine se stessa.

4° lezione: PULP FICTION | 2 ore 

PulpFiction-sito

All’inizio del suo secondo film – quello che ne consolidò la fama e rivelò uno stile travolgente e inconfondibile – Quentin Tarantino scopre immediatamente le sue carte, sin dal titolo: la pellicola è lapalissianamente una fiction, che però è anche pulp. A proposito di questo, viene in soccorso una vera e propria definizione, che appare a chiare lettere alla maniera di un prologo: pulp è «un morbido, umido ammasso di materia senza forma» (noi diremmo “polpa”), ma anche (e qui noi non abbiamo equivalenti linguistici) «una rivista o un libro contenente un argomento scandaloso e generalmente stampato su carta ordinaria». Simili riviste, nonché il cinema che vi si rifaceva, erano tutto il mondo del giovane Tarantino, la cui cinefilia era brutalmente onnivora. Pulp Fiction è il modo intelligente e spietato con cui il regista “mise ordine” tra i frammenti delle storie “scandalose” con cui nutrì la sua fantasia: prendendo a prestito cliché e strategie spettacolari di un sottobosco cinematografico spesso disprezzato e marginalizzato, Tarantino imbastì un intrico di trame parallele che finiscono per riannodare le proprie fila in modo imprevedibile, passando attraverso sviluppi truci ed esilaranti. Il cinema di genere viene preso, smontato, ricostruito e, in ultima analisi, esaltato, prendendosi infine una rivincita non da poco: il film ricevette la Palma d’oro 1994 al Festival di Cannes, baluardo del cinema d’autore.

5° lezione: LA GRANDE BELLEZZA | 2 ore 

belezza sito

Se c’è un merito che va reso a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, quello è senz’altro l’aver riacceso discorsi e dibattiti attorno al cinema italiano del passato. Tra i fotogrammi della sontuosa pellicola, celebrata con un Oscar e numerosi altri premi internazionali, si sono intraviste citazioni o parafrasi di Fellini, Scola e Ferreri. Ricordare questi momenti magistrali è forse più importante del discutere se La grande bellezza sia una risposta a La dolce vita, o addirittura un suo ideale seguito: ciò che conta davvero è capire perché, con tali premesse, la cinematografia del nostro paese abbia percorso una strada che ha portato anche a Sorrentino e al suo stile. Si tratta di un’occasione da non perdere. «Ho cercato la grande bellezza e non l’ho trovata», dice Jep Gambardella nel film, dopo aver cercato di dominare il fatuo caos mondano della Roma d’oggi: e se queste parole fossero anche un’allusione al cinema italiano, che proprio in Roma ebbe una delle sue capitali? 


IL DOCENTE

Marco Bellano è dottore di ricerca in cinema, critico cinematografico e professore a contratto di History of Animation all’Università di Padova. È autore di numerose pubblicazioni sulla musica per gli audiovisivi e sul cinema d’animazione, uscite in Italia, Europa e USA. Nel 2014 la SAS-Society for Animation Studies gli ha conferito il premio Norman McLaren-Evelyn Lambart per il miglior articolo accademico sull’animazione del 2010-11. È stato chair del 29° convegno annuale della SAS (Padova, 3-7 luglio 2017). È stato docente e relatore presso sedi accademiche quali Oxford, Brighton, Guildford, Canterbury, Madrid, Salamanca, Oviedo, Murcia, Potsdam, Kiel e Heidelberg. Ha ricevuto nel 2018 l’Abilitazione Scientifica Nazionale a professore associato, nel settore Teatro, musica, cinema, televisione e media audiovisivi. Nel novembre 2018 è stato invitato come relatore straniero dal 3° Convegno Annuale Cinese di Ricerca sull’Animazione, presso l’Università di ChengDu. Diplomato con lode in Pianoforte presso il Conservatorio di Vicenza, ha poi intrapreso studi di composizione. Si è diplomato in Direzione d’Orchestra con G. Andretta.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Un pensiero su “ANATOMIA DI UN FILM / Corso di cinema

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...