DON CHISCIOTTE – Note al film

NOTE D’AUTORE

 …

Come ho deciso di girare Don Chisciotte? Avevo cominciato a fare un programma per la televisione di mezz’ora, avevo il denaro giusto per farlo; ma sono caduto così perdutamente innamorato del mio soggetto che l’ho ingrandito via via e ho continuato a girarlo man mano che guadagnavo dei soldi. Si può dire che il film si è ingrandito mentre lo facevo. 
E’ un po’, voi lo sapete, quello che è accaduto a Cervantes, che cominciò a scrivere una novella e finì per scrivere il Don Chisciotte . E’ un soggetto che non si può più lasciare una volta che lo si comincia.
(…) E’ veramente un film difficile. Devo dire anche che è molto lungo; e quello che devo ancora girare non servirà a completare il metraggio: potrei montare tre film con il materiale già girato. Il film, nella sua prima forma, era troppo commerciale; esso era concepito per la televisione e io ho dovuto cambiare certe cose per farlo più duro. La cosa più folle è che Don Chisciotte è stato girato da una troupe di sei persone. 
Mia moglie era sceneggiatrice, l’autista piazzava le lampade, io dirigevo, ero direttore della fotografia e operatore in seconda. E’ soltanto attraverso la camera che si può anche avere l’occhio a tutto.
(…) Ora il film è veramente terminato. Non mancano che tre settimane circa, per le riprese di qualche piccola cosa. Quello che mi preoccupa è il suo lancio: io so che questo film non piacerà a nessuno. Sarà un film esecrato. Io ho bisogno di ottenere un grande successo prima di metterlo in circolazione. Se The Trial avesse avuto un successo di pubblico come di critica, allora avrei il coraggio di fare uscire il mio Don Chisciotte. Essendo le cose quelle che sono, io non so cosa fare: tutti si metteranno in collera contro questo film.

Orson Welles, 1964

Don Chisciotte, le cui riprese sono durate più di venti anni, è stato lasciato volutamente incompiuto da Orson Welles che l’ha girato e fotografato da solo un po’ in tutto il mondo, forse in 16 mm, forse in 35 mm (forse alternando il 16 al 35). Il film è interpretato dallo stesso Welles, nel suo proprio ruolo, dalla giovane Patty Mac Cormack (che è forse diventata una madre di famiglia nel frattempo) e soprattutto da Akim Tamiroff che è morto da qualche anno, verosimilmente senza aver terminato il suo ruolo. 
La ragione che Orson Welles offre per spiegare l’incompletezza del film è la necessità di filmare, per la scena finale, l’esplosione della bomba H che distruggerà tutto e tutti, eccetto Don Chisciotte e Sancho Panza. Si è creato attorno a questo film, attraverso gli anni, una specie di leggenda che non sarebbe sorprendente immaginare che Welles preferisca restarne l’unico spettatore.


François Truffaut, 1978

Un giorno chiesi a Welles perché il Don Chisciotte era diviso nel montaggio in tanti piccoli rullini. Mi rispose che se qualcuno li avesse trovati, non avrebbe dovuto capirne la consequenzialità, che conosceva solo lui ed era regolata da un codice che soltanto lui conosceva.
Gli chiesi il copione, per poter più agevolmente continuare il montaggio. Il giorno successivo si presentò con il libro di Cervantes e, dopo aver scritto la dedica, mi disse: ‘Mauro, ecco il copione’. La dedica era: ‘Al mio figlio siciliano, Mauro. Orson’

Mauro Bonanni

La vicenda del Don Chisciotte, del quale esistono, da dopo la morte di Orson Welles, tra progetti realizzati e in gestazione, quasi quattro montaggi (i 40 minuti mostrati a Cannes nel 1986 curati da Costa Gavras per la Cinematheque, la ricostruzione di Jesus Franco e della Kodar, i ventimila metri affidati, ora legalmente, a Mauro Bonanni, il progetto di ricostruzione annunciato da Suzanne Cloutier con Robert Wise e addirittura Marlon Brando che racconta) dimostra come l’incompletezza del cinema che Welles ha lasciato in eredità sia destinata a dare vita ad un labirinto senza uscita. 
Se qualcuno ha avanzato qualche critica al restauro di Otello, senza porre in discussione l’importanza di rimettere in circolazione un film così importante e quasi sconosciuto, nessuno è rimasto insensibile di fronte alla sconcertante operazione della ricostruzione del Don Chisciotte, frettolosa e mercantile, realizzata senza metodo, rigore e quasi alcuna abilità (che pena vedere le immagini di Welles deturpate da tutte quelle ovvietà di montaggio alle quali non si piegò mai, oltre alla micidiale qualità ottica e tecnica del materiale).
 Eppure basta dare un’ occhiata al materiale di Bonanni per rimanere esterrefatti dall’idea del film, una sorta di Falstaff picaresco che avrebbe fatto con la letteratura cavalleresca e Cervantes e l’ambientazione contemporanea ciò che Welles aveva fatto con le battaglie, i monarchi, i tradimenti scespiriani del Falstaff. Di questo capolavoro invisibile rimane – grazie a Bonanni: Welles non poteva scegliere custode più appassionato, che ha strappato queste immagini alla distruzione e all’oblio – la sequenza finale, tutta wellesiana per concezione, impatto,verticalità drammatica. Don Chisciotte paralizzato dal cinema, il suo sguardo folle che trascolora dall’ipnosi e l’incomprensione nell’odio. Welles – Don Chisciotte, si scaglia contro lo schermo e lo fa a pezzi, in nome di un risentimento nobile e selvaggio, contro un mostro che lo ha preso in ostaggio e ingannato per tutta una vita.
A tanti anni di distanza c’è in quella unica sequenza tutta la rabbia, la confessione, la terribile nostalgia per il cinema, di qualcuno che da almeno un ventennio veniva considerato un anacronistico reperto dell’aristocrazia del cinema, con i suoi impossibili sogni di grandezza e la sua insopprimibile mitomania.. Odiare il cinema, davvero, fino in fondo, è ancor più importante che amarlo. Il bambino prodigio trasformato dal cinema in genio impotente, alza finalmente la spada contro lo schermo.

Mario Sesti, 1992

Se anche i film finiti di Welles sono provvisori e cambiano di copia in copia di paese in paese di censura in censura (come tutti i film, ma Welles ci permette per sempre di dirlo), quasi logicamente i frammenti, i ripensamenti, gli abbozzi e i resti wellesiani, il non-finito per definizione, sembrano invece da anni cristallizzarsi, monumentalizzarsi, riproposti in modo insieme identico e clandestino da festival e convegni grandi e piccoli.
Per il cineasta che ha lasciato la più evidente delle ‘code di cometa’ ci è parso allora giusto proporre alcuni reperti, assolutizzando un provino muto o la ‘sua’ voce che esce da una schiena solo intravista, facendo vedere grande , per una sera, ciò che a volte è ormai patrimonio di cassette più o meno degradate amate rubate in giro per il mondo in attesa di improbabili e non si sa quanto auspicabili ‘montaggi finali’.
E in sala, al buio, per la vostra/nostra moviola mentale, ore di riprese, di prove, di ciak (da Don Chisciotte), con le quali Welles ci manda a dire che – se il last cut è quello del proiezionista – il first cut è o potrà essere un giorno quello dello spettatore.


Enrico Ghezzi

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