Intervista ad Anna, italiana in carcere in Argentina

Anna (NdR nome di fantasia), cinquant’anni, della provincia di Milano sta scontando una pena nelle carceri argentine. Lei e il suo compagno sono stati arrestati all’aeroporto di Ezeiza, in uno scalo aereo proveniente da Montevideo.

Da quanto tempo sei in carcere in argentina?
Da due anni e due mesi. Arrivando a 2 anni e mezzo, la metà della mia pena,  verrò espulsa e potrò finalmente ritornate a casa.

Conoscevi il carcere italiano? Potresti fare un confronto?
No, in Italia non ho mai preso neanche una multa. La prima volta che sono entrata in un carcere è stata quando mi hanno arrestata all’aeroporto di Ezeiza. Se ci ripenso, se penso a quei giorni, alla porta che non si apre, alle umiliazioni, mi viene da piangere.

All’inizio quali sono state le cose più dure?
L’umiliazione di come vieni trattata, sommata al fatto che io non sapevo che cos’era il carcere. Trovarsi chiusi in un posto e vedere che non puoi aprire la porta. Ancora adesso se ci penso mi viene da piangere, pensando alle umiliazioni passate. Il mio primo carcere era proprio quello di Ezeiza, vicino all’aeroporto internazionale di Buenos Aires, ironia della sorte. Sentivo gli aerei che partivano e desideravo solo poter tornare a casa.

Entrare in un carcere sudamericano a 50 anni. Hai avuto problemi di salute? c’è assistenza medica?
Ad Ezeiza fortunatamente non ho mai avuto bisogno del dottore. Lì l’assistenza medica era una cosa scandalosa, facevi prima a morire prima che qualcuno si preoccupasse della tua salute. Poi sono stata in un carcere di uomini dove avevano adibito una zona femminile. Lì facevamo udienza medica di routine, non c’erano problemi. Qui in provincia non ci sono problemi, non mi posso lamentare. Purtroppo ho avuto la sfortuna di cadere e di rompermi i denti davanti e qui non hanno i soldi per potermeli sostituire. Ho proposto di pagarmeli io, ma non c’è stato niente da fare.

Quali sono i principali problemi di queste carceri?
Ad Ezeiza stavamo in un padiglione, 60 persone, niente assistenza medica, il mangiare terribile. Ogni volta che entravi o uscivi era una cosa umiliante perché ti dovevi spogliare per la perquisizione. Era così umiliante che passava in secondo piano il numero spropositato di cucarachas (“scarafaggi”). Io questi animali non li conoscevo finché non sono entrata da Ezeiza. La prima sera che ho passato nel carcere mi sono detta “io qui muoio”.

In un ambiente come questo è possibile crearsi amicizie o sei stata sola tutto il tempo?
No, il mio viaggio nella carcere l’ho fatto con una ragazza peruviana. Siamo entrati in carcere insieme, insieme nel complesso maschile e insieme qui in provincia. Nella sfortuna abbiamo avuto la fortuna di trovare un’amica. Per il resto non si può parlare di amicizie, ma al massimo di compagnerismo, visto che in generale in carcere è un po’ una lotta alla sopravvivenza. Uno se può calpesta l’altro, qui la vita è così.

Il tuo compagno chiaramente era rinchiuso in una carcere maschile. Pensi che la sua esperienza sia stata simile alla tua?
No, sicuramente per lui è stato molto peggio. Gli uomini vengono maltrattati fisicamente, alimentati poco e male, subiscono continuamente la violenza e l’umiliazione della perquisizione delle loro celle. É durissima fisicamente. Quando io stavo nel Complejo vedevo le perquisizioni che facevano agli uomini, quando arrivava la polizia ed ancora adesso rabbrividisco.

Durante i due anni in carcere hai mai visto il tuo compagno?
Finchè eravamo nei carceri di Ezeiza e del Complejo non è stato possibile vederci. Poi da quando mi hanno trasferito in provincia anche mio marito ha chiesto il trasferimento qui e finalmente abbiamo potuto accedere alle visite private, riservate.

Di questa esperienza argentina che cosa ti porterai via? Immagino che non tornerai più.
Prima di tutto non posso tornare per legge. Per i prossimi 8 anni mi è proibito tornare in Argentina. Per il resto un’esperienza come questa ti fa imparare molte cose […] la cultura argentina è molto diversa dalla nostra. Ci sono molte persone che vivono una vita dominata dall’ignoranza, persone che entrano ed escono dal carcere, persone che per esempio vivono la gravidanza in modo molto diverso dal nostro e così molte altre cose. Ricordo le ragazze in carcere ad Ezeiza, che apprezzavano il fatto di essere arrestate per avere un tetto sulla testa e un pasto caldo.

Se c’è qualcosa che ti insegna il carcere è a non giudicare nessuno. Qui in carcere c’è una donna che si dice che abbia ucciso il suo primo figlio. Non ci sogniamo di giudicarla, adesso ha un altro bambino e forse Dio gli ha dato un’altra possibilità di essere una persona migliore. Nessuno di noi può giudicare gli altri. Io la penso così.

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