Carcere: quintessenza della giustizia

Il carcere è la quintessenza della giustizia, eppure non si direbbe. Nel senso che l’attenzione della giustizia, al massimo, al massimo sembra fermarsi al momento di una sentenza, di un verdetto. Se di colpevolezza, l’imputato viene preso in custodia dallo Stato – si fa per dire – e il suo corpo buttato in una cella, il più delle volte affollato (il luogo comune vuole il ricorso all’iperbole, il sovraffollamento, come se l’affollamento da solo non bastasse a generare sofferenza). Di ciò che avviene in questa permanenza, la gente non vuol sapere, se ne disinteressa, e se non suggerisce di buttare proprio la chiave non perde occasione di sottolineare i presunti “privilegi” goduti dai detenuti (“hanno anche la televisione e mangiano e dormono a spese nostre”).

La frase, nel suo cinismo, contiene due verità assolute: i detenuti hanno la televisione e per la maggior parte non lavorano e costano moltissimo al contribuente. E nonostante questo, nessuno si sforza di pensare a un modo alternativo di far scontare quella pena che, è bene ricordarlo, la costituzione vuole finalizzata al recupero e al reinserimento del reo nella vita sociale. Ma se lo Stato per primo, e non solo lui, si disinteressa di recuperare questa gente, allora il carcere diventa un luogo di abiezione, di dolore, di addestramento al crimine (la percentuale dei recidivi è altissima). La pena sta tutta nella privazione della libertà, ma far vivere migliaia di persone in condizioni fisiche e psichiche disumane, significa infliggere loro una pena ulteriore, che nessun giudice ha mai stabilito, contravvendo a leggi, regolamenti e pietà umana.

I detenuti arrivano a far notizia quando muoiono. Succede spesso, in percentuale molto maggiore rispetto agli altri paesi occidentali ma è ozioso ed inutile chiedersi se le morti sono tante o poche. Sono molte, ma viste le condizioni in cui sopravvivvono gli altri, la vera domanda da farsi è come fanno a resistere, nonostante tutto.

Il bel film parla di una realtà diversa, quella argentina, ma penso che la prigione sia uguale un po’ ovunque, Racconta del dolore di chi sta dentro e di chi sta fuori, della disumanità e della negazione di diritti, ma anche della volontà di tenere accesa – sempre e comunque – la fiammella della speranza.


Luca Cardinalini

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